ART ZONE



Flavio Favelli



IL BAGAGLIO DEL NOMADE

Nel susseguirsi dei decenni, Christian Jaccard ha saputo diventare un artista completo. La sua prima conquista è stata quella di capire la necessità di una correlazione indispensabile tra concetto, fare e materia. La seconda è stata di inventare una dialettica stretta, una metodologia artistica dove il fuoco diventa un protagonista determinante.

Durante la metà degli anni sessanta, l'artista inizia a costruire una sua realtà nel segreto dello studio. Si tratta della pratica della combustione di un arnese-attrezzo che bruciando produce una traccia, un'impronta, sulla superficie di un supporto materiale, generalmente su una tela. Queste opere sono quindi come delle incisioni e non a caso la sua formazione d'origine è proprio quella dell'incisore.

Con l'aiuto del fuoco, ma anche senza, Jaccard inventa tutta una serie di strumenti-arnesi-attrezzi coi quali incidere una sua traccia-impronta su vari supporti. La sua opera si divide quindi in due tipi di manufatti. Da una parte ci sono gli arnesi e dall'altra le superfici che ricevono l'impronta degli arnesi. Volendo utilizzare una terminologia tradizionale siamo quindi a cavallo tra scultura e pittura.

In questi ultimi anni, la terza conquista dell'artista è stata quella di una verifica della necessità di un'apertura al mondo. Jaccard è quindi uscito dall'intimità dello studio (l'atelier) per praticare le sue incisioni nello spazio più ampio di luoghi disponibili alla sperimentazione. E questi spazi propizi alla ricerca creativa sono per esempio tutte le architetture diciamo « in perdizione », tipo officine, fabbriche, capannoni abbandonati e condannati a scomparire. Jaccard ha deciso così di organizzare con questi spazi un ultimo momento di vita, una cerimonia, un rito di chiusura, un istante finale di gloria, dando a questi luoghi la possibilità di esprimere per un'ultima volta tutta la complessità della loro storia. Costruire la memoria di un luogo, incidere le ultime impronte della sua energia nella durata della sua esistenza. Come lo faceva per le sue opere compiute nel silenzio e nell'intimità dello studio, Christian Jaccard agisce in questi luoghi (« friches » in francese, che sarebbero terreni incolti) senza la presenza del pubblico ma con la complicità di un testimone incaricato di riprendere tutte le fasi della cerimonia. La combustione che fa nascere l'impronta non si incide più nella trama di una tela ma diventa quindi un evento digitalizzato e proposto al pubblico in una durata di tipo filmico. Fino all'inizio degli anni ottanta, Jaccard lavorava in un studio parigino di quindici metri quadri, uno spazio dove le sue opere, piegate, arrotolate, sistemate una sopra l'altra lo circondavano lasciandogli in mezzo alla stanza uno spazio minimo per procedere alle sue combustioni e incisioni. Vista così piegata sul pavimento dello studio, già si poteva capire come l'opera di questo artista fosse simile al bagaglio di un nomade, cioè ricca di un potenziale di spiegamento notevole nello spazio. Giovanni Joppolo